Cos’è il rettocele e la sua classificazione
Nell’ambito dei disturbi del pavimento pelvico, l’attenzione clinica è solitamente rivolta a condizioni come l’incontinenza urinaria o i diversi gradi di prolasso degli organi pelvici. Tra queste, il rettocele costituisce una condizione meno frequente ma clinicamente rilevante, soprattutto per le sue implicazioni diagnostiche e per la correlazione con le differenze anatomiche e funzionali tra i due sessi. Il rettocele è definito come una protrusione o erniazione parziale o totale della parete rettale verso le strutture anatomiche adiacenti, che possono comprendere vagina, ano e altre componenti del compartimento pelvico. Tale protrusione è conseguenza della perdita di sostegno della parete rettale, che tende a dislocarsi dalla sua sede fisiologica. Dal punto di vista clinico, il rettocele viene classificato in base all’entità della protrusione:
- Rettocele di I grado: protrusione inferiore a 2 cm;
- Rettocele di II grado: protrusione compresa tra 2 e 4 cm;
- Rettocele di III grado: protrusione superiore a 4 cm, con possibile estroflessione del retto a livello vaginale.
Il rettocele nel sesso femminile
Nel sesso femminile il rettocele rappresenta la forma più comune di prolasso della parete rettale e si manifesta prevalentemente come rettocele anteriore, ovvero una protrusione del retto verso la parete vaginale posteriore. La sua insorgenza è strettamente correlata a fattori di rischio che determinano un indebolimento del setto retto-vaginale e delle strutture di sostegno del pavimento pelvico. Tra i principali fattori scatenanti rientrano:
- il parto vaginale (soprattutto in caso di travaglio prolungato, grandi dimensioni del feto o gravidanze multiple);
- procedure traumatiche connesse con il parto;
- la menopausa con conseguente ipotrofia tissutale da carenza estrogenica;
- condizioni croniche come la stipsi ostinata, la tosse cronica, l’obesità o il sollevamento ripetuto di carichi pesanti.
Dal punto di vista clinico, il rettocele femminile può essere asintomatico oppure manifestarsi con sintomi quali difficoltà evacuative, sensazione di incompleto svuotamento rettale, necessità di digitazione vaginale o perineale per favorire la defecazione e, nei casi più avanzati, fastidio o dolore pelvico. La diagnosi si basa sull’esame clinico ginecologico e proctologico, integrato da indagini strumentali come la defecografia e la risonanza magnetica, fondamentali per quantificare il grado di protrusione e valutarne l’impatto funzionale.
Il rettocele nel sesso maschile
Nel sesso maschile il rettocele è una condizione molto meno comune rispetto alle donne, principalmente grazie alla presenza della prostata, che esercita un supporto strutturale sul retto e sul pavimento pelvico. Quando si manifesta, tende a presentarsi come rettocele posteriore, ovvero una protrusione della parete posteriore del retto verso l’ano o verso il retto stesso. I fattori di rischio negli uomini includono:
- interventi chirurgici pelvici;
- traumi;
- stipsi cronica;
- tosse persistente;
- altre condizioni che aumentano la pressione intra-addominale.
Sebbene spesso asintomatico, il rettocele maschile può determinare disturbi evacuativi, sensazione di incompleto svuotamento rettale, stipsi resistente ai trattamenti conservativi e, in rari casi, dolore pelvico o disfunzioni correlate al pavimento pelvico. La diagnosi si basa sull’esame clinico proctologico, eventualmente integrato da defecografia, ecografia endorettale e risonanza magnetica, strumenti utili per valutare l’entità della protrusione e pianificare il percorso terapeutico più appropriato.
Gestione terapeutica del rettocele
Il trattamento del rettocele varia in base alla severità dei sintomi e all’impatto sulla qualità di vita del paziente. Nei casi lievi, l’approccio è principalmente conservativo e mira a migliorare la funzione intestinale e rinforzare il pavimento pelvico. Questo include una dieta equilibrata ricca di fibre, un’adeguata idratazione e programmi di esercizi mirati ai muscoli perineali, come gli esercizi di Kegel o terapie con biofeedback, che favoriscono una corretta coordinazione muscolare. In alcune situazioni può essere utile ricorrere a dispositivi di supporto, come pessari vaginali, che aiutano a contenere il prolasso e a ridurre la sintomatologia.
Nei casi avanzati, in cui i sintomi sono particolarmente rilevanti o il rettocele comporta un prolasso significativo, si ricorre al trattamento chirurgico, solitamente eseguito da uno specialista in colonproctologia. L’intervento può essere condotto con diversi approcci: addominale, perineale, transanale, transvaginale, oppure attraverso tecniche combinate, a seconda delle caratteristiche del paziente e dell’entità del prolasso. L’obiettivo principale della chirurgia è ripristinare la corretta posizione anatomica del retto, migliorando così la funzione intestinale e la continenza, e ristabilendo l’equilibrio funzionale dell’area ano-retto-vaginale, riducendo al minimo il rischio di complicanze. I tempi di recupero post-operatori variano in base alla metodica utilizzata e alla gravità della condizione.
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